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2-L’influenza sulla narrativa contemporanea dei romanzi veristi: Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga (1889) e I Leoni di Sicilia di Stefania Auci (2019)

Nel romanzo I leoni di Sicilia di Stefania Auci, uscito a maggio del 2019, la situazione è lievemente differente. L’autrice si concentra sulla narrazione della storia della famiglia Florio, insediatasi a Palermo nel primo Ottocento; i suoi membri erano inizialmente piccoli commercianti al dettaglio. La dinastia riesce a crescere, sia quanto a giro di affari sia quanto a considerazione sociale, grazie all’impegno di Paolo e soprattutto di Ignazio Florio, un uomo che impara a comportarsi come un nobile, fingendo un contegno distaccato e ingoiando tutte le offese degli aristocratici. Egli sa quanto questi ultimi siano incapaci di vivere senza fare debiti: è infatti convinto, a ragione, che alla fine dovranno dipendere dal suo denaro. Per quanto essi siano nelle sue mani a causa delle numerose cambiali, nessuno degli aristocratici palermitani considera e tratta la ricchissima famiglia Florio come propria pari: i suoi membri sono nati commercianti e lo resteranno per sempre, anche quando Vincenzo, figlio di Paolo, rileverà la ditta di famiglia alla morte dello zio Ignazio.

Il carattere di Vincenzo, duro e determinato, è molto simile a quello di Gesualdo: lavoratore infaticabile, incapace di godersi i piaceri della vita, sempre pronto a trasformare un rischio in un investimento in grado di produrre capitale. Verga descrive così il protagonista del suo romanzo Mastro don Gesualdo:

“Non feste, non domeniche, mai una risata allegra, tutti che volevano da lui qualche cosa, il suo tempo, il suo lavoro, o il suo denaro; mai un’ora come quelle che suo fratello Santo regalavasi in barba sua all’osteria! – trovando a casa poi ogni volta il viso arcigno di Speranza, o le querimonie del cognato, o il piagnucolìo dei ragazzi – le liti fra tutti loro quando gli affari non andavano bene. – Costretto a difendere la sua roba contro tutti, per fare il suo interesse. – Nel paese non un solo che non gli fosse nemico, o alleato pericoloso e temuto. – Dover celare sempre la febbre dei guadagni, la botta di una mala notizia, l’impeto di una contentezza; e aver sempre la faccia chiusa, l’occhio vigilante, la bocca seria! Le astuzie di ogni giorno; le ambagi per dire soltanto “vi saluto”; le strette di mano inquiete, coll’orecchio teso; la lotta coi sorrisi falsi, o coi visi arrossati dall’ira, spumanti bava e minacce – la notte sempre inquieta, il domani sempre grave di speranza o di timore…”

Come Gesualdo, anche Vincenzo Florio odia i privilegi dei nobili, la loro incapacità negli affari, la loro indolenza e pigrizia. Quando può, come Gesualdo, cerca di restituire loro le umiliazioni che fin da giovane lo avevano addolorato. Lo zio Ignazio lo catechizza, a p. 182 del testo I leoni di Sicilia:

“Cosa credi, che non lo sappia che [i nobili] ci considerano poco più del fango? Ma io non sono come loro e nemmeno tu lo sei. E ora è diverso. Hanno cominciato a sparlarci dietro perché…Apri bene le orecchie, Vice’: c’invidiano. Gli facciamo rabbia e paura, e la rabbia brucia. E allora sono i soldi che guadagni che gli devi sbattere in faccia, perché sono la misura del loro fallimento. Non i pugni. Quelli sì, che sono comportamenti da scaricatore di porto”.

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