email-subscribers domain was triggered too early. This is usually an indicator for some code in the plugin or theme running too early. Translations should be loaded at the init action or later. Please see Debugging in WordPress for more information. (This message was added in version 6.7.0.) in /home/fiispreq/public_html/comprever/wp-includes/functions.php on line 6121post-views-counter domain was triggered too early. This is usually an indicator for some code in the plugin or theme running too early. Translations should be loaded at the init action or later. Please see Debugging in WordPress for more information. (This message was added in version 6.7.0.) in /home/fiispreq/public_html/comprever/wp-includes/functions.php on line 6121Concordo con i semplici e corretti consigli dati, da Amministratore di sistema Windows ne vedo di tutti i colori e conosco diversi programmatori che mandano avanti aziende di grandi dimensioni e che trovano tanta difficoltà a programmare perché sui nomi dei files si scrive la qualunque e non va bene, né dal punto di vista dello scambio dati né dal punto di vista dell’utente che non trova nulla.
]]>In Windows e tutte le sue versioni i sistemi sono aggiornati solo a livello di interfaccia grafica per gli utenti ma è ancora basato su riga di comando pertanto è assolutamente vero che gli spazi è bene evitarli, in particolar modo in ambito lavorativo dove gli utenti caricano dati su programmi di vario tipo e dove spesso alcuni, per ovviare agli errori dati dagli spazi utilizzano comandi che modificano il nome del file e ne rimuovono gli accenti. Bisogna ricordare che anche se magari apparentemente Windows accetta gli spazi si lavora in sinergia con tantissimi altri programmi dove i files vengono continuamente elaborati e rielaborati da ambienti diversi da quelli di Windows. Meglio attenersi alle regole standard per evitare poi che ci capiti una situazione in cui un dato non viene letto o caricato correttamente e impazziamo a cercare di capire perché.
]]>Un altro aspetto che trovo positivo è la crescente cultura del bere consapevole. Sempre più persone scelgono di bere meno ma meglio, dando importanza non solo al sapore, ma anche alla storia e alla provenienza di ciò che consumano. Questo rappresenta una grande opportunità per noi futuri professionisti del settore: non si tratta più solo di servire un drink, ma di raccontare un’esperienza e trasmettere valori legati alla qualità e alla sostenibilità.
Infine, è evidente come la pandemia abbia cambiato il modo di vivere e consumare anche le bevande alcoliche, aprendo nuove strade come la vendita online e i cocktail da casa. Per chi vuole lavorare in questo ambito, sarà essenziale aggiornarsi continuamente, essere creativi e pronti ad adattarsi ai nuovi scenari. Credo che il futuro del settore sia ricco di possibilità e stimoli per chi ha passione e voglia di innovare.
]]>L’articolo spiega bene che questa voglia di “artigianale” nasce da un po’ di stanchezza verso i prodotti tutti uguali e dalla voglia di conoscere la storia dietro a quello che si beve. Non conta solo il sapore, ma anche da dove vengono gli ingredienti, come è fatto il prodotto e chi lo fa.
L’esempio della birra artigianale è molto chiaro: all’inizio erano pochi che provavano a fare birre diverse, con gusti nuovi e rispettando le tradizioni. Piano piano, questa idea si è diffusa ovunque, e le persone hanno iniziato a interessarsi di più a quello che bevevano, andando a festival, parlando con i produttori e magari provando anche a farsi la birra in casa.
Poi l’articolo ci dice che questa “rivoluzione” non riguarda solo la birra, ma anche altri alcolici come il gin e il whisky. Anche in questi casi, piccoli produttori stanno riscoprendo ricette antiche, usando ingredienti locali e creando prodotti unici.
Un aspetto positivo di questa crescita dell’artigianale è che aiuta l’economia locale e crea lavoro, soprattutto in piccole città o zone di campagna. Inoltre, spinge a coltivare di nuovo certi tipi di cereali o altri ingredienti che si stavano perdendo.
Però, l’articolo fa anche notare che ci sono dei problemi. C’è chi pensa che parlare sempre di alcol, anche se artigianale, possa non essere una cosa positiva. E c’è anche il rischio che le grandi aziende cerchino di “copiare” l’artigianale, magari comprando i piccoli produttori o creando marche che sembrano artigianali ma non lo sono davvero.
Riflessioni:
Secondo me, questo testo ci fa capire che le persone oggi sono più curiose e vogliono sapere cosa c’è dentro quello che comprano, non solo per il cibo ma anche per le bevande. La voglia di artigianale è un po’ come dire: “Voglio qualcosa di unico, fatto con passione e che abbia una storia da raccontare”.
È interessante pensare come un semplice bicchiere di birra o un sorso di gin possano diventare un modo per conoscere un territorio, una tradizione o la passione di una persona. Non è solo bere per bere, ma è quasi un’esperienza culturale.
Però, la parte sulle possibili “ombre” di questa tendenza è importante. Bisogna stare attenti che la moda dell’artigianale non diventi solo un modo per vendere di più, perdendo la sua vera essenza di qualità e autenticità. E soprattutto, non bisogna dimenticare che l’alcol, anche se “artigianale”, va sempre consumato con moderazione e consapevolezza.
In conclusione, credo che l’ascesa delle bevande artigianali sia un fenomeno positivo perché porta più varietà, qualità e attenzione al territorio. Speriamo che riesca a mantenere la sua anima “vera” anche in futuro.
]]>Le bevande alcoliche hanno un peso rilevante sia nell’economia che nella cultura contemporanea. Da un lato, rappresentano un settore produttivo importante, con forte impatto sull’occupazione e sull’export, soprattutto in Paesi come l’Italia. Dall’altro, sono profondamente radicate nelle tradizioni sociali e culturali, simbolo di convivialità e identità. Tuttavia, nella società attuale cresce anche la consapevolezza dei rischi legati al loro abuso, e si diffonde una maggiore attenzione al consumo responsabile, con un interesse sempre più visibile verso alternative analcoliche.
]]>I consumatori, cioè noi che compriamo le birre, i vini, eccetera, siamo sempre più attenti a cosa compriamo. Vogliamo prodotti che non facciano male al pianeta e che siano fatti da aziende che si comportano bene.
Allora, cosa stanno facendo queste aziende? Si stanno inventando un sacco di modi nuovi per produrre in modo più “verde”. Ad esempio, nel mondo della birra cercano di sprecare meno acqua, usano il sole per fare energia e trovano sistemi per non buttare via niente durante la lavorazione. Ci sono aziende che recuperano il calore o riusano l’anidride carbonica, una cosa che di solito si disperde.
Anche le bottiglie e i contenitori stanno diventando più amici dell’ambiente. Si usano meno plastica, si preferisce il vetro più leggero o addirittura materiali che si possono buttare nell’umido perché sono fatti di fibre naturali. Qualcuno ha persino inventato bottiglie di carta!
Poi ci sono le novità nelle bevande stesse. Alcuni fanno bevande con meno alcol o meno calorie, perché la gente è più attenta alla salute. Altri puntano sui prodotti fatti in modo artigianale, con ingredienti del territorio, perché c’è voglia di cose più vere e legate al posto dove si producono.
Le aziende stanno anche pensando a non esagerare con l’alcol e a fare informazione per un consumo responsabile. Collaborano con associazioni per far capire che bere troppo fa male.
Anche i governi stanno dando una mano, facendo leggi più severe per proteggere l’ambiente. L’Europa, ad esempio, ha un piano per diventare “verde” e questo influenza anche chi produce alcolici. Ci sono regole per ridurre l’inquinamento e usare energie pulite. In alcuni posti, chi produce deve anche pensare a come smaltire le confezioni.
Però, ci sono ancora delle sfide importanti da superare. Il clima sta cambiando e questo può rovinare i raccolti di uva, orzo, eccetera. L’acqua sta diventando un bene prezioso e per fare le bevande alcoliche ne serve tanta. Bisogna anche migliorare ancora tanto nel riciclo delle confezioni e fare in modo che le scelte “verdi” non facciano costare troppo i prodotti.
In conclusione, il mondo delle bevande alcoliche è in un momento cruciale. Chi saprà essere più bravo a innovare e a rispettare l’ambiente avrà più successo in futuro. Non è solo una questione di salvare il pianeta, ma anche una grande opportunità per le aziende di farsi conoscere e apprezzare dai consumatori.
Anche in Italia ci sono aziende che si stanno muovendo in questa direzione, come il Consorzio del Prosecco e tanti birrifici artigianali che usano ingredienti locali e tecniche rispettose dell’ambiente.
]]>Questa tendenza è una grande opportunità per chi, come me, vuole lavorare come barista. Offrire bevande artigianali permette di distinguersi e di attirare clienti interessati alla qualità e curiosi di provare nuovi gusti. Ad esempio, servire una birra artigianale prodotta da un birrificio locale è un modo per offrire qualcosa di diverso e raccontare la storia della birra o del produttore. Anche i cocktail possono essere personalizzati con ingredienti freschi e particolari, come sciroppi fatti in casa, frutta locale o erbe aromatiche, rendendo l’esperienza unica per il cliente.
Lavorare con le bevande artigianali richiede però delle competenze specifiche. È importante sapere come servire ogni prodotto per esaltarne il gusto. Alcune birre artigianali, per esempio, vanno servite fresche, mentre altre sono migliori a temperatura ambiente. Lo stesso vale per i gin artigianali nei cocktail: un gin tonic fatto con un gin prodotto in piccole quantità può avere un sapore unico grazie ai suoi ingredienti, che spesso variano in base alla stagione e alla zona di produzione.
Trovo interessante questo argomento perché dà valore al lavoro di chi produce con passione e permette anche a noi aspiranti baristi di offrire un servizio di qualità. Servire bevande artigianali crea un rapporto più diretto con i clienti, raccontando la storia dietro ogni prodotto. In futuro, mi piacerebbe specializzarmi in questo settore e offrire ai clienti il meglio delle bevande artigianali, sia locali sia internazionali.
]]>L’ultimo decennio, per le industrie alcoliche, è stato un vero e proprio periodo di cambiamenti.
Motivata da una crescente consapevolezza dei consumatori, questa evoluzione rappresenta una risposta a molteplici fattori che avevano caratterizzato la produzione di alcol.
La birra artigianale è stata la prima esponente di questa rivoluzione; dal 1980 un numero sempre più crescente di mastri birrai ha iniziato a sfidare le convenzioni dell’industria, reinterpretando stili tradizionali e sperimentando con ingredienti innovativi.
Il movimento si è poi esteso anche ad altri prodotti artigianali, prendiamo come esempio il Regno unito dove grazie ad una
“ riscoperta” del Gin centinaia di distillerie hanno rivitalizzato lo spirito britannico.
Ciò nonostante le critiche non tardano ad arrivare;alcuni hanno sollevato preoccupazioni sulla tendenza a glorificare il consumo di alcol. C’è anche il rischio che, grazie all’ aumento di reddito che questa attività sta manifestando,si verifichi una diminuzione dell’artigianalità del prodotto a favore di una capitalizzazione del prodotto attraverso la creazione di marchi pseudo-aziendali.
Le bevande artigianali sono state sicuramente un cambiamento positivo per la società, soprattutto se andiamo a guardare quei piccoli produttori che hanno visto una crescita esponenziale della domanda dei loro prodotti.
Inoltre, questo movimento ha contribuito alla riscoperta di metodi tradizionali e ha creato una domanda per quelle varietà di cereali, luppoli e altri ingredienti che erano caduti in disuso.
Naturalmente i rischi non possono mancare; Il rischio di un aumento dell’abuso di alcol è una variabile da tenere sempre sotto considerazione e la possibilità di una abbassamento della qualità per un aumento dei costi è un altro pericolo da tenere sott’occhio.
Alla fine però rimango dell’idea che questa rivoluzione sia un fattore positivo della produzione alcolica, anche solo mettendo a confronto i pericoli ed i benefici che risultano di fatto maggiori.
Concludo sperando che questa rivoluzione non si arresti e che porti una ventata di cambiamento anche nel settore ristorativo.
L’alcol è da sempre un elemento onnipresente nella vita di migliaia di persone nella loro quotidianità,
molto spesso viene percepito come uno svago che simboleggia compagnia e socialità, ma a volte rischia diventare un ostacolo significativo per molte persone e i loro cari.
La solidarietà si manifesta non solo nell’aiutare chi è in difficoltà, ma anche nell’organizzazione di attività di prevenzione e recupero per non abbandonare coloro che sono rimasti vittime di una brutta dipendenza.
La società,tutti noi,abbiamo un ruolo fondamentale nel sostenere percorsi di integrazione sociale per chi affronta problematiche legate all’alcolismo. Ciò può includere programmi di sensibilizzazione, gruppi di supporto e attività che incoraggiano uno stile di vita sano,come ad esempio gli Alcolisti Anonimi.
La vera solidarietà si dimostra in azioni concrete che aiutano a reinserire queste persone nella comunità, offrendo loro opportunità di lavoro e relazioni significative.
In questo contesto, è essenziale abbattere lo stereotipo associato all’alcolismo e una cultura di empatia e supporto. Solo così possiamo costruire una società più accogliente in cui ogni individuo abbia la possibilità di recuperare il tempo e gli eventuali rapporti andati persi
Socialmente, l’abuso di alcol può portare a una molto problemi, tra cui la violenza domestica, l’instabilità familiare e l’isolamento sociale. Le relazioni interpersonali possono deteriorarsi, creando un ciclo di solitudine e dipendenza che è difficile da spezzare. I giovani, in particolare, possono essere influenzati negativamente, con danni sul loro sviluppo e sul loro futuro.
In sintesi, l’abuso di alcol non solo danneggia l’individuo, crea molti danni anche alla comunità e all’economia. È fondamentale promuovere politiche di prevenzione e programmi di supporto per affrontare questo problema in modo efficace.
Io ho preferito scegliere questo argomento perché penso che sia molto più facile trovare una persona che abusa dell’alcool in questi giorni, e molte di queste persone non hanno nemmeno la maggiore età, credo che molte persone non capiscano la gravità di questa dipendenza.
Penso che sia molto sdoganata quasi come una moda, il bere in compagnia e non, come se fossse una svago o una cosa da fare obblogatoriamente e lo rende così anche molto persone e punti vendita che vendono bevande alcoliche senza chiedere documenti vendendolo ai minori che molte volte esagerano.
Do pienamente reagione a mrnobody: ho avuto a che fare tempo fa con una azienda i cui impiegati di vecchia data usavano proprio la nomenclatura criticata per dei preventivi usando un modello simile a
Preventivo 00250
chi è stato assunto dopo non trovava mai nulla e spesso prendevano discussioni con i titolari dell’azienda per l’inefficienza nell’archiviazione delle cose e soprattutto per le tempistiche necessarie ai nuovi assunti di trovare i dati cercati se per caso non vi erano i lavoratori di vecchia data ad es. per malattia o per ferie. Alla fine si è dovuto imporre il titolare ed obbligare i lavoratori di vecchia data ad adottare una nomenclatura che riportasse il nome dell’utente e l’oggetto del documento per sommi capi. Oggi il problema con i sistemi di archiviazione indicizzati e i programmi di database che fanno il lavoro al posto del dipendente non si pone neppure il problema ma se ancora si utilizzano file di word o excel per archiviare le cose è utile avere un sistema di nomenclatura dei file che sia la più chiara possibile altrimenti l’attività aziendale si ferma se per un motivo o l’altro manca chi ha gestito le vecchie pratiche ed ha un suo personalissimo metodo di nomenclatura non esaustiva sul contenuto dei files.
︎
︎{♤}♧♧☆~]]>“immaginatiunnomedifilescrittocosinonsicapiscenulla.txt”
mentre invece
“Immaginati un nome di File scritto cosi che è Molto più Chiaro e Leggibile.txt”
anche la storia delle 3 lettere dell’estensione non è sempre vera: esistono file senza estensioni ma anche estensioni di 1 sola lettera o di 2 o 3 e anche oltre ad esempio l’estensione .c o le .h o le .js o le html o l’estensione .accdb e via discorrendo.
Quindi la regola che davvero conta per dare dei nomi ai file e cartelle è di dare dei nomi significativi che ne permettano l’immediata identificazione del contenuto o comunque una facile ricerca con gli strumenti di ricerca, senza fronzoli, cercando di mantenere nel tempo un modo omogeneo ed ordinato di dare i nomi, come se si stesse compilando un database, che poi è proprio cosi. Ad esempio può essere utile porsi come obiettivo quello di seguire uno schema come ad esempio:
“Riferimento numerico (ad es. il protocollo o il numero progressivo di un preventivo) – Mittente – Destinatario – Oggetto – timestamp nel formato [yyyy.mm.gg HH.mm.ss].estensione”
Al bisogno i “campi virtuali” convenzionalmente stabiliti nella stringa del nome si possono anche modificare nel loro ordine, per convenienza archivistica o di ricerca o di ordinamento (sorting)
Esempio pratico
Uff. Preventivi – Rossi Mario – 00250-4 – Preventivo Barre metalliche [2023.09.13 15.30.25].docx
In questo modo le azioni di ricerca ed estrazione di dati o riordinamento sono semplici ed immediate e anche eventuali operazioni di rinominamento in massa con appositi script o programmi di rinominamento di file e cartelle, sono rese estremamente semplici ed immediate in caso di cambio degli standard per l’attribuzione dei nomi ai file o cartelle. Un altro vantaggio è che i file sono facilmente reperibili anche da personale nuovo e di recente assunzione.
Al contrario se il nome del file fosse
Preventivo 00250-4
e arrivasse il sig. Mario Rossi e non avesse portato appresso il suo preventivo (magari perché lo ha perso e ne vorrebbe una ristampa), un neo assunto avrebbe non poche difficoltà a collegare e quindi a ritrovare il preventivo 00250-4 come abbinato al Sig Rossi Mario e magari dovrebbe fare una ricerca sul contenuto del file, impiegando più tempo.
Cordialmente
]]>Si. ChatGPT è aggiornata fino al novembre 2021, ma questo è risaputo. Purtroppo questa informazione seppur importante mi è sfuggita e non l’ho detta. ChatGPT non naviga in Internet, almeno nella versione gratuita. La versione a pagamento ha un plugin che può essere attivato per questa funzione.
Esiste un’estensione per Google Chrome, WebChatGPT scaricabile nel web store https://chrome.google.com/webstore/detail/webchatgpt-chatgpt-with-i/lpfemeioodjbpieminkklglpmhlngfcn
Puoi installarla e provarla. Io l’ho provata ma non mi ha soddisfatto.
Se la tua necessità è un chatbot che naviga in internet allora ti consiglio come alternativa Google Bard, Perplexity o Microsoft Bing, tutti e tre elencati nell’articolo.
ChatGPT anche se non naviga in internet è un grande strumento da usare per il lavoro.
Grazie Daniela per il contributo.
]]>https://www.algoreducation.com/
Grazie per tutte le informazioni e gli spunti che ci hai messo a disposizione
]]>Lo trovo un racconto fantascientifico che ha i tratti tipici del genere, come una cornice spaziotempo suggestiva e un elemento di mistero e angoscia che aleggia nella storia. Inoltre, viene anche esplorata la dimensione emotiva del protagonista e la sua ricerca di senso in un mondo che è radicalmente cambiato.
]]>Inoltre, l’uso delle immagini evocative e dei dettagli descrittivi nel tuo racconto può catturare l’attenzione dei lettori e coinvolgerli emotivamente. La tua narrazione offre spunti interessanti per esplorare concetti complessi come la percezione del tempo, il significato della vita e l’impatto delle circostanze straordinarie sulla nostra esistenza.
]]>